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Picchetti alla Tata. Per il secondo giorno consecutivo la fabbrica di Singur dove si sta producendo la mini car Nano, rimarrà chiusa. La protesta nasce dai contadini che si sono visti espropriare i terreni per la costruzione dello stabilimento del colosso automobilistico indiano. Il clima caldo – culminato nel sequestro di un autobus carico di operai – ha fatto decidere ai dirigenti di sospendere la produzione. L’intero staff di 3600 addetti è stato scortato dalla polizia fuori dalla fabbrica che è picchettata da una settimana dalla «pasionaria» dei contadini, Mamata Banerjee.Per realizzare la fabbrica, le autorità locali avevano espropriato 400 ettari di terra fertile, che però non sono stati utilizzati interamente. I contadini, sostenuti dal partito Trinamool Congress, chiedono perciò la restituzione di 160 ettari espropriati e inutilizzati. La richiesta è stata respinta dal primo ministro del Bengala Occidentale, il comunista Buddadebh Battacharjee, detto il «Buddha rosso» e che è un convinto sostenitore dell’industrializzazione dello stato di Calcutta. Il patron di Tata, dal canto suo, ha minacciato di cambiare sede allo stabilimento, che è costato 375 milioni di dollari, se non si metterà fine alle proteste.
Fonte: http://www.unita.it/view.asp?IDcontent=78505
Archiviato in: design news | Tag: affare, alitalia, economia, grande, il, immobili, servizi, terra, terreni
Ci sono i terreni di Pianabella a Fiumicino, una porzione di immobili a Sesto San Giovanni, tutti da vendere. Ci sono i terreni dell’Expo di Milano da sfruttare. C’è tanta terra al sole nei pressi di Linate da riconvertire. Ci sono gli investimenti negli aeroporti italiani, corposi, pesanti, da tutelare. Ci sono le società di handling da sviluppare. Chi crede che la partita Alitalia si giochi solo negli uffici di Air France o Lufthansa corre il rischio di guardare il dito e non la luna. Il grande affare sta altrove. E si chiama speculazione, riconversione, sfruttamento. Soldi, tanti, difficilmente quantificabili se non parzialmente. D’altronde non è un caso se tra i sedici capitani coraggiosi pronti a sacrificare l’oro alla patria e salvare Alitalia dallo straniero sei sono immobiliaristi o costruttori: Salvatore Ligresti, Francesco Caltagirone Bellavista, la famiglia Benetton, Marco Tronchetti Provera, il gruppo Gavio, il gruppo Fratini. Tutti pronti ad assecondare i desiderata di Berlusconi a condizione che il loro sforzo renda, e non solo con la vendita della propria quota nella nuova Alitalia, fra qualche tempo. Si prenda il caso Benetton. La famiglia di Ponzano Veneto entrerà in Alitalia con un investimento tra i 100 e i 150 milioni di euro. Lo farà attraverso la controllata Atlantia, società che controlla le autostrade, già beneficiata da una revisione delle tariffe. Ma i Benetton gestiscono anche Adr Aeroporti di Roma (Fiumicino e Ciampino), che controllano attraverso Gemina (di cui fa parte anche Ligresti e il fondo Clessidra, altro azionista Alitalia).
Fonte: http://www.unita.it/view.asp?IDcontent=78427
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Chiuse le Olimpiadi, scompare il Tibet. Accade a Milano. La bandiera tibetana che il Comune aveva esposto in Galleria Vittorio Emanuele è stata ammainata. «Sono finite le Olimpiadi di Pechino» fa sapere Manfredi Palmeri, presidente del consiglio comunale che, naturalmente, rimarca come «l’impegno di Palazzo Marino» continui «perché i diritti umani e civili siano rispettati in ogni parte del mondo».Nessun dubbio sul fatto che l’amministrazione comunale non spegnerà la luce sul Tibet e sulla Cina e su tutte quelle realtà dove «i diritti umani e civili» sono quotidianamente negati. Ma la bandiera del Tibet, quel vessillo che raffigura due leoni a reggere la ruota dello ying yang, avrebbe dovuto continuare a sventolare perché simbolo di pace e di libertà. Sì, poiché simbolo di una nazione occupata dalla Cina dal 1953, fare ancora sventolare la bandiera tibetana significherebbe continuare a sostenere concretamente la causa di un Tibet libero e non solo attraverso mozioni e interventi in consiglio comunale. Certo, sempre e comunque sarebbe un gesto simbolico ma, almeno per una volta, frutto di quella decisione unanime dell’aula consiliare che già decise di sostenere la battaglia del Tibet e, senza forse, dimostrando più coraggio della comunità internazionale.Una bandiera innalzata, tra l’altro, rendendo compatibile la volontà del consiglio comunale con la legge italiana che prevede possano essere affisse sugli edifici pubblici solo le bandiere del Comune, della nostra nazione e dell’Unione europea o quelle di altri Stati solo in occasione di visite ufficiali delle autorità estere.
Fonte: http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=286094
Prima un via vai di gente che – senza scomodare necessariamente Lombroso e la sua teoria del delinquente nato – non è che lasciasse molto tranquilli: una sorta di «corte dei miracoli» formata da figuri inquietanti, trasandati nel vestire, e coi volti dai tratti repulsivi. Poi, alla fine della settimana scorsa, quella che pareva la svolta decisiva: un uomo che – giurano i testimoni – arriva vestito col cafetano arabo e, poco dopo, se ne va in camicia e pantaloni casual, ma rigorosamente di taglio occidentale. Tutto questo, nei pressi di una galleria, abitualmente frequentata da sbandati e clochard, che sfocia su una parete rocciosa a Vesima, tra Voltri e Arenzano. «Qui terrorista ci cova», si sono detti alcuni. E hanno avvertito le autorità di polizia e della Guardia di Finanza. Che sono accorse effettuando accurati accertamenti. Le indagini sono tuttora in corso, ma intanto, sul posto – conferma la Digos genovese – sono state scoperte alcune planimetrie dello stabilimento della Pirelli di Settimo Torinese, area industriale alle porte del capoluogo piemontese, creata 61 anni fa, e interessata da un ambizioso progetto che coinvolge Regione, Provincia, Politecnico e Comune. Nel tunnel, visibile solo da una spiaggia sottostante raggiungibile attraverso una scalinata, i militari hanno anche rinvenuto i resti di un bivacco, alcune lamette da barba, cenere ed un rotolo di carta. Nessuna ipotesi viene fatta al momento dagli investigatori, impegnati a chiarire con la direzione della Pirelli la natura delle carte ritrovate e a verbalizzare la testimonianza di coloro che avrebbero notato il sospetto via vai nella galleria.
Fonte: http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=283070
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È una macabra conta quella che arriva dal K2: nove alpinisti morti cui se aggiungeranno almeno altri quattro, ufficialmente ancora dispersi. L’italiano Marco Confortola può considerarsi davvero un sopravvissuto. È stato lui stesso a raccontarlo. Si trovava a 8.300 metri di quota vicino a un gruppo di tredici alpinisti fermi, uno dietro l’altro, a studiare come affrontare un tratto impegnativo dopo che la caduta di un seracco aveva spazzato via le corde fisse, unica assicurazione per la discesa fino al campo 4. In quel momento un valanga staccatasi poco più in alto, sui pendii sommitali del K2, li ha travolti scaraventandone sette in mezzo alle rocce e ai ghiacci centinaia di metri più in basso. Questione di metri: l’italiano è stato sfiorato dal ghiaccio che gli ha staccato lo zaino procurandogli una forte contusione al braccio. Ma i problemi più seri riguarderebbero un principio di congelamento ai piedi: ha trascorso la notte con il capospedizione olandese, Wilco van Rooijen (anche lui salvo), in una buca. «Sto bene» ha comunque rassicurato via radio il compagno di cordata, il bresciano Roberto Manni, che dal campo base partecipa all’organizzazione dei soccorsi. Per aiutarlo sono saliti sulla montagna anche Mario Panzeri e Daniele Nardi, reduci dalla scalata del Broad Peak. Con il loro aiuto e quello dei portatori stamane Confortola proseguirà sulla via del rientro. Ad attenderlo al campo base dovrebbe esserci un elicottero per il trasporto fino ad Islamabad: il comitato Everest-K2-Cnr, in collaborazione con l’Unità di crisi della Farnesina e con l’ambasciata italiana in Pakistan, sta organizzando il trasferimento.
Fonte: http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=280813
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Ai Musei civici del Castello Sforzesco non esistono audioguide, però le piantine sono anche in giapponese. Il prezzo del biglietto è un affare: con 3 euro si va ovunque. Un’ora prima della chiusura l’entrata è gratis, ma il cartello che lo ricorda è solo in italiano e il pur gentilissimo personale lo sussurra a pochi minuti dallo scattare dell’«happy hour». Si comincia con le sculture tardo antiche e gotico-lombarde. L’incontro con i capolavori è ravvicinato, forse troppo: le opere sono esposte senza protezione al punto che sopra alla lapide tombale di un tapino morto nel XVI secolo, non è raro incontrare un paio di turiste che ticchettano giulive sulla pietra nuda. Tutti però cercano lei, la guest star by Michelangelo, la pietà Rondanini, nascosta dietro ad un bunker di rara bruttezza, che però non ne scalfisce il fascino. Il problema è l’ampiezza dell’offerta che scoraggia anche il più incallito visitatore: solitamente dopo Leonardo, si getta la spugna, arenandosi nella Pinacoteca. Il resto? «Arrivi ai due quadri di Canaletto e imbocchi gli scalini che portano alle merlate», invitano in un refrain che la dice lunga su come il percorso sia dispersivo fra ceramiche, l’ottima e sintetica sezione egizia e una curiosa sezione di arredi dove accanto a vezzosi stipetti antichi campeggiano posate di design.
Fonte: http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=280679