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Sono giorni di apprensione per i 650 lavoratori della Maia Spa, azienda concessionaria dal 1951 delle macchine movimento terra del colosso americano Caterpillar. L’azienda opera nel Centro Sud Italia, dove è presente con ben 12 filiali e in Albania e Malta. Giovedì i lavoratori dell’azienda si sono fermati per una giornata di protesta dinanzi al rischio reale di perdere il posto di lavoro.I 200 lavoratori della sede di Roma sono scesi in strada con striscioni rallentando il traffico sulla via Nomentana, davanti alla direzione generale dell’azienda. Ma in tutte le dodici filiali del gruppo i lavoratori hanno incrociato le braccia per la giornata di sciopero indetta dai sindacati.I guai finanziari della Maia iniziati qualche anno fa, hanno reso necessaria la ricapitalizzazione dell’azienda. La proprietà, a causa delle mancanza di risorse necessarie, ha deciso di mettere in vendita l’azienda. Si è fatta avanti la concessionaria dei prodotti Caterpillar del Centro Nord Italia che ha condizionato l’acquisto ad un’analisi del valore e delle condizioni della Maia. L’esito dell’attività di due diligence, durata ben tre mesi, l’ha però indotta a non rilevare la Maia.Trovare altri acquirenti non è stato facile, anzi si è rilevato impossibile: l’azienda americana Caterpillar ha infatti ostacolato la ricerca di altre aziende interessate alla Maia. L’obiettivo degli americani è infatti privilegiare la trattativa con la concessionaria del Centro Nord per avere un unico interlocutore in Italia.
Fonte: http://www.unita.it/view.asp?IDcontent=80197
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Che queste emergenze sono distribuite lungo una precisa scala gerarchica – una è più emergenza dell’altra – e che sono emergenze in conflitto: per risolvere l’una, occorre trascurare o, addirittura, aggravare l’altra. Non è così. In primo luogo le emergenze non sono solo due – la crisi economica avvitata intorno alla crisi finanziaria e la crisi ambientale avvitata intorno ai cambiamenti del clima. Sono tre. È in atto anche una crisi energetica, avvitata intorno al «picco del petrolio». La produzione del combustibile fossile ha ormai raggiunto, infatti, un massimo relativo. Nei prossimi anni la disponibilità è destinata a diminuire (a meno che non vengo attivate altre e molto più costose fonti).Queste tre crisi non sono indipendenti l’una dall’altra, ma strettamente intrecciate tra loro. L’una determina l’altra, in un gioco inestricabile di azioni e retroazioni. La crisi ambientale è determinata anche dalla crescita dei consumi spinta verso l’alto dal credito creativo. Il prezzo del petrolio è determinato, anche, da giochi speculativi cui non è estranea la finanza. L’uso del petrolio (oltre che del carbone e del gas naturale) è correlato ai cambiamenti climatici. In altri termini è corretto dire: «Economia, energia e ambiente sono l’emergenza».Non c’è alcuna gerarchia tra loro. Nessuna distribuzione di priorità.
Fonte: http://www.unita.it/view.asp?IDcontent=80073
C’è il rischio fondato che tra qualche mese, eletto il giudice costituzionale ed approvata la finanziaria e il bilancio, adempimenti necessari per Costituzione, il Parlamento si trovi privo di lavoro. Le funzioni legislative più significative saranno ormai interamente trasferite al Governo.Abbiamo lamentato e giustamente in questi primi mesi di attività parlamentare un uso smodato della decretazione di urgenza, spesso accoppiata alla posizione della questione di fiducia. Tra provvedimenti approvati e provvedimenti in corso siamo arrivati alla ventina. Uno solo di questi conteneva l’intera manovra finanziaria.Anche il Presidente della Repubblica (che in genere ammonisce in silenzio (la cosiddetta moral suasion) ha dovuto prendere “carta e penna” per richiamare il Governo ad un uso più appropriato dei decreti.Il fenomeno costituzionale più grave però è quello che si nota meno e che si realizza attraverso un uso clandestino, sotterraneo, nascosto della delega legislativa. Attraverso una sotterranea erosione della funzione legislativa del Parlamento che si realizza, nella quasi generale indifferenza ad opera del Parlamento stesso o meglio della sua maggioranza. Cercherò di essere più preciso perché effettivamente il fenomeno è nuovo e merita qualche ulteriore dettaglio.Ufficialmente non risultano fino ad oggi approvate leggi di delegazione legislativa. È evidente: sono state approvate le leggi di conversione dei decreti legge sopra richiamati.
Fonte: http://www.unita.it/view.asp?IDcontent=80216
da Melegnano (Milano)Un monolocale di 25 metri quadrati al piano terra. Umido, scarno e dai muri giallognoli. Sulle pareti, due quadri: un paesaggio e un dipinto della Madonna. In mezzo alla stanza, due lettini identici, affiancati da un paio di modesti mobiletti. Accanto all’ingresso, un armadio a cassettoni. Poco più in là, un piccolo sgabuzzino. È tutto. Anzi niente, ma sempre meglio della galera.In questo minuscolo alloggio in via Castellini 64, a Melegnano, periferia sud di Milano, Pietro Maso trascorse le prime notti fuori dal carcere di Opera. Era il 7 aprile del 2007, sabato di Pasqua. L’assassino veronese otteneva il primo permesso premio da quando fu incarcerato per aver ucciso a 19 anni i genitori nel 1991. Tre giorni fuori dalla prigione, ospite dell’associazione «il Bivacco», che dal 1992 assiste i criminali durante e dopo la detenzione. Quando quella mattina i cancelli del carcere di Opera si aprirono più volte, Maso provò a evitare i giornalisti. Bloccato da una cronista di Mediaset in un’area di servizio nel cammino per Melegnano, cercò addirittura di camuffarsi. «Non sono Pietro, mi chiamo Stefano», disse. Tentativo vano. Quel viso d’angelo smascherato dallo sguardo di ghiaccio era ormai entrato nelle case di tutti gli italiani attraverso tv e giornali. Troppo crudele, infimo il delitto per dimenticarne l’autore. Eppure al «Bivacco» lo accolsero come un detenuto qualunque. Il presidente lo scortò dalla prigione all’alloggio.
Fonte: http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=298347
Riparte stasera alle 21.30 il ciclo «Oggi le comiche», nel corso delle quali nuovi talenti della comicità «in rosa» calcheranno il palco di Zelig Cabaret. Condurrà Alessandro Fullin e in scena ci sarà il meglio del vivaio al femminile prodotto da uno dei «Laboratori donne» sul palco di viale Monza. L’appuntamento, che prevede altre due serate (il 6 e il 27 novembre), presenterà al pubblico molte novità tra cui Elena Ascione, Annamaria Chiarito, le Punte e Virgole, tre giovani attrici danzatrici torinesi, Viviana Porro, Tiziana e Camilla, attrici e doppiatrici dal ricco curriculum professionale in ambito televisivo e cinematografico, e Cinzia Marseglia, una delle promesse di Zelig Off 2007.
Fonte: http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=298485
Cinque studentesse tra i 19 e i 24 anni se lo sono ritrovate in testa e sul banco sul quale erano prone a scrivere i loro appunti il pezzo di cartongesso di circa due metri staccatosi ieri mattina dal soffitto dell’aula K02 del dipartimento di storia, arti, musica e spettacolo (beni culturali) della facoltà di Lettere e Filosofia dell’università Statale, in via Noto (zona Ripamonti). «Uno degli edifici più moderni dell’ateneo» ha dichiarato infuriato il rettore Enrico Decleva, accorso insieme al pro-rettore Marino Regini sul posto da dove le cinque ragazze sono state trasportate, con ferite lievi, agli ospedali Santa Rita e San Paolo.Il crollo del grosso calcinaccio è avvenuto intorno alle 9.40 quando nell’aula era in corso una lezione di storia dell’arte moderna alla presenza di circa 200 studenti. «E quando, ironia della sorte, l’insegnante aveva appena finito di ricordarci che il padre del Caravaggio era un gran muratore» ci racconta una laureanda in storia dell’arte presente alla lezione e testimone oculare del fatto.«Quello che si è verificato è un fatto grave – hanno dichiarato Carlo Armeni, rappresentante degli studenti in Senato accademico ed esponente di Azione universitaria e Gianluca Kamal, rappresentante degli studenti in Consiglio di facoltà. – Chiederemo all’Ateneo di accertare le responsabilità dell’accaduto, e di riferire in Senato accademico circa le condizioni delle strutture di tutta l’Università degli Studi.
Fonte: http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=295521
Sant’Anna di Stazzema nome tragico tornato alla ribalta. Ci voleva un nero americano per togliere uno spesso strato di polvere che ricopriva la memoria. Testimonianze inoppugnabili avevano affermato come i tedeschi avessero intimato lo sgombero della popolazione civile altrimenti ritenuta complice dei «terroristi». Ma questi ultimi, armi alla mano, impedirono lo sgombero affermando che avrebbero difeso i civili. Quel che non fecero con i risultati che sappiamo mentre alcuni di loro rientrarono a cose fatte per depredare i cadaveri. A Marzabotto e forse in qualche altra località accadde la stessa cosa, non nuova viste le mattanze risorgimentali del Molise, del Sannio e della Basilicata e della siciliana Bronte. La domanda che mi pongo, non da solo ed in compagnia autorevole è: perché lì, sull’Appennino Tosco Emiliano e Alpi Apuane, e non in Piemonte, in Lombardia, in Liguria, nel Veneto, dove vi fu un partigianato di qualità superiore, dove pure avvennero fucilazioni di ostaggi, esecuzioni di «irregolari senza divisa», torture di cospiratori, ma mai episodi del genere. Forse aveva ragione Montanelli quando, rivolgendosi a Giorgio Bocca diceva: sono cose che tu, piemontese, non puoi capire, io toscano sì, e forse risaliva a Farinata degli Uberti, al Conte Ugolino della Gherardesca ed all’esilio di Dante Alighieri, alla plurisecolare lotta di parte senza esclusione di colpi toscoemiliana. A Genova diremmo che c’è gente cui piace più il rotto che l’intero.
Fonte: http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=295610
Bizzarrie e incongruenze della cronaca, che prima o poi diventa storia: proprio mentre vara il mitico e tanto atteso federalismo fiscale (che tutti si affrettano a definire «solidale») il governo elargisce manciate di milioni ad amministrazioni locali dissestate, indebitate o sull’orlo del fallimento: da Roma a Catania. E per quelle attente ai conti e con i bilanci in ordine? Al massimo una bella pacca sulle spalle. È un comportamento discriminatorio e ingiusto dello Stato, istigazione a fare debiti, tanto poi provvede Pantalone. Col federalismo fiscale, inoltre, saranno elargiti ulteriori privilegi economici e amministrativi a «Roma capitale», la quale da tempo già dispone, a questo stesso titolo, di un fondo speciale e di agevolazioni di bilancio. Di questi tempi si fa anche un gran parlare di meritocrazia, principio sacrosanto che però lo Stato si guarda bene dall’applicare ai rapporti con gli enti locali, visto che premia quelli che sperperano a spese dei virtuosi. E invece il principio base, non solo del federalismo fiscale ma comunque del corretto rapporto fra l’amministrazione centrale e quelle periferiche, dovrebbe essere esattamente il contrario: premiare le formiche con i bilanci in ordine e punire le cicale spendaccione. Il federalismo nasce con l’obiettivo di responsabilizzare nella gestione delle risorse: ebbene la via più sicura e diretta per arrivare alla tanto decantata responsabilizzazione è proprio quella che passa per il nodo premio ai virtuosi e castigo agli spendaccioni.
Fonte: http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=295519