Accomoda’s Weblog


Federalismo tra cicale e formiche
Ottobre 4, 2008, 10:21 am
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Bizzarrie e incongruenze della cronaca, che prima o poi diventa storia: proprio mentre vara il mitico e tanto atteso federalismo fiscale (che tutti si affrettano a definire «solidale») il governo elargisce manciate di milioni ad amministrazioni locali dissestate, indebitate o sull’orlo del fallimento: da Roma a Catania. E per quelle attente ai conti e con i bilanci in ordine? Al massimo una bella pacca sulle spalle. È un comportamento discriminatorio e ingiusto dello Stato, istigazione a fare debiti, tanto poi provvede Pantalone. Col federalismo fiscale, inoltre, saranno elargiti ulteriori privilegi economici e amministrativi a «Roma capitale», la quale da tempo già dispone, a questo stesso titolo, di un fondo speciale e di agevolazioni di bilancio. Di questi tempi si fa anche un gran parlare di meritocrazia, principio sacrosanto che però lo Stato si guarda bene dall’applicare ai rapporti con gli enti locali, visto che premia quelli che sperperano a spese dei virtuosi. E invece il principio base, non solo del federalismo fiscale ma comunque del corretto rapporto fra l’amministrazione centrale e quelle periferiche, dovrebbe essere esattamente il contrario: premiare le formiche con i bilanci in ordine e punire le cicale spendaccione. Il federalismo nasce con l’obiettivo di responsabilizzare nella gestione delle risorse: ebbene la via più sicura e diretta per arrivare alla tanto decantata responsabilizzazione è proprio quella che passa per il nodo premio ai virtuosi e castigo agli spendaccioni.

Fonte: http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=295519



Il Carlo Felice aveva più successo quando il pubblico pativa il freddo
Luglio 16, 2008, 8:39 pm
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«Impossibile prevedere il futuro di un teatro ferito e amareggiato, attanagliato da una perenne crisi finanziaria con pesanti ricadute sulla programmazione artistica, con un preoccupante irrigidimento e allontanamento del pubblico e con la minacciosa “spada di Damocle” della chiusura definitiva…». Questo scriveva su il Giornale Barbara Catellani il 18 giugno scorso a proposito del Teatro Carlo Felice. E da queste considerazioni oggettive ho preso spunto per rammentare di un episodio remoto – ma alquanto significativo – in cui, assieme a altri ragazzi della mia età (siamo nel 1951) prendemmo parte ad una rappresentazione teatrale, che venne allestita, proprio, al Carlo Felice. Selezionati tra molti, forse, per la spigliatezza o per la poca timidezza, alla fine, rimanemmo un centinaio tra maschi e femmine dagli otto ai dodici anni. Così, di fretta, diventammo attori di un testo scritto da Gianni Rodari: «Stanotte non dorme il cortile», diretto dal regista Marcello Sartarelli.Sarebbe stato uno spettacolo – rispetto ai precedenti di questo tipo, del cosiddetto «Teatro di Massa» – per l’originalità, tale da fare muovere più di 150 individui, tra giovani e adulti. Aldo Sciaccaluga, dirigente del Teatro Cattolico di Genova, per l’occasione, ebbe modo di affermare: «… tutti gli amatori del teatro dovrebbero sentire il dovere di partecipare a questa forma nuova di concepire il Teatro di massa, in cui si scorge uno spirito di umanità cristiana.

Fonte: http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=276536



Pessime medicine a un’economia malata, per accontentare Confindustria
Giugno 28, 2008, 12:10 pm
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Quella sociale e quella economica sono due emergenze diverse; connesse tra loro, certo, ma diverse. La prima è quella posta dalla crescente quota di popolazione che subisce un arretramento del proprio tenore di vita, che ha difficoltà ad arrivare a fine mese, che non vede alcun punto di riferimento per poter programmare il proprio futuro. La seconda è l’emergenza posta da un sistema produttivo che fatica a tener testa alla concorrenza e, conseguentemente, da una sostanziale stagnazione. La cultura di centro-destra non ha risolto, neppure in via teorica, l’esigenza di affrontare contestualmente queste due emergenze: nell’affrontare una contraddice l’altra, e viceversa. Fermandoci all’esempio più recente di queste contraddizioni – è cosa di questi giorni -, per affrontare l’emergenza sociale si inventa la social card che, al di là del paternalismo caritatevole dello strumento scelto, implica pur sempre risorse da redistribuire a beneficio di una tra le categorie più disagiate. Passano poi pochi giorni e, nel fissare il tasso di inflazione programmato, che costituisce il riferimento da assumere per il rinnovo dei contratti di lavoro, tira fuori quell’1,7% tanto irrealistico da rappresentare una provocazione. Che sia tale non lo dice solo l’esperienza dei milioni di italiani che ogni giorno devono fare la spesa o hanno bisogno di fare benzina o gasolio; né lo dicono i sindacati ed i partiti d’opposizione che potrebbero essere mossi da calcoli pregiudiziali o di partigiana opportunità.

Fonte: http://www.unita.it/view.asp?IDcontent=76523