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Sono giorni di apprensione per i 650 lavoratori della Maia Spa, azienda concessionaria dal 1951 delle macchine movimento terra del colosso americano Caterpillar. L’azienda opera nel Centro Sud Italia, dove è presente con ben 12 filiali e in Albania e Malta. Giovedì i lavoratori dell’azienda si sono fermati per una giornata di protesta dinanzi al rischio reale di perdere il posto di lavoro.I 200 lavoratori della sede di Roma sono scesi in strada con striscioni rallentando il traffico sulla via Nomentana, davanti alla direzione generale dell’azienda. Ma in tutte le dodici filiali del gruppo i lavoratori hanno incrociato le braccia per la giornata di sciopero indetta dai sindacati.I guai finanziari della Maia iniziati qualche anno fa, hanno reso necessaria la ricapitalizzazione dell’azienda. La proprietà, a causa delle mancanza di risorse necessarie, ha deciso di mettere in vendita l’azienda. Si è fatta avanti la concessionaria dei prodotti Caterpillar del Centro Nord Italia che ha condizionato l’acquisto ad un’analisi del valore e delle condizioni della Maia. L’esito dell’attività di due diligence, durata ben tre mesi, l’ha però indotta a non rilevare la Maia.Trovare altri acquirenti non è stato facile, anzi si è rilevato impossibile: l’azienda americana Caterpillar ha infatti ostacolato la ricerca di altre aziende interessate alla Maia. L’obiettivo degli americani è infatti privilegiare la trattativa con la concessionaria del Centro Nord per avere un unico interlocutore in Italia.
Fonte: http://www.unita.it/view.asp?IDcontent=80197
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Stop alle trattative tra sindacati e la Cai, la nuova compagnia aera che dovrebbe subentrare alla Alitalia. «Dopo sette giorni» per la Cai, «non ci sono le condizioni per proseguire le trattative». Un duro stop, anche se non sembra ancora arrivato il momento della rottura formale nella difficile ricerca di una intesa con i sindacati. Per questo, la Cai «non parteciperà a nessun tavolo». In mattinata è stato fatto rientrare dalla sede della Magliana il team incaricato di svolgere il lavoro di due diligence legato all’offerta. La due diligence è stata interrotta, anche se l’offerta non è stata formalmente ritirata. Il segretario generale dell’Ugl, Renata Polverini, ha fatto sapere che la disdetta dei contratti e l’avvio delle procedure di mobilità dei dipendenti Alitalia non è stata formalizzata, anche se è già stata annunciata. Per il ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi, «la situazione è critica ma non definitiva», anche se «il margine di mediazione alle condizioni attuali credo sia esaurito». Il confronto resta ancora formalmente aperto. I sindacati lo hanno ribadito e la Cai, pur asserendo che non parteciperà a nessun tavolo, ha però precisato che non ha ritirato l’offerta. Il governo intanto cerca di scongiurare l’ipotesi di messa in mobilità dei lavoratori. L’avvio delle procedure di mobilità «non dipende da noi – sono parole di Sacconi – ma dal commissario.
Fonte: http://www.unita.it/view.asp?IDcontent=78938
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È una macabra conta quella che arriva dal K2: nove alpinisti morti cui se aggiungeranno almeno altri quattro, ufficialmente ancora dispersi. L’italiano Marco Confortola può considerarsi davvero un sopravvissuto. È stato lui stesso a raccontarlo. Si trovava a 8.300 metri di quota vicino a un gruppo di tredici alpinisti fermi, uno dietro l’altro, a studiare come affrontare un tratto impegnativo dopo che la caduta di un seracco aveva spazzato via le corde fisse, unica assicurazione per la discesa fino al campo 4. In quel momento un valanga staccatasi poco più in alto, sui pendii sommitali del K2, li ha travolti scaraventandone sette in mezzo alle rocce e ai ghiacci centinaia di metri più in basso. Questione di metri: l’italiano è stato sfiorato dal ghiaccio che gli ha staccato lo zaino procurandogli una forte contusione al braccio. Ma i problemi più seri riguarderebbero un principio di congelamento ai piedi: ha trascorso la notte con il capospedizione olandese, Wilco van Rooijen (anche lui salvo), in una buca. «Sto bene» ha comunque rassicurato via radio il compagno di cordata, il bresciano Roberto Manni, che dal campo base partecipa all’organizzazione dei soccorsi. Per aiutarlo sono saliti sulla montagna anche Mario Panzeri e Daniele Nardi, reduci dalla scalata del Broad Peak. Con il loro aiuto e quello dei portatori stamane Confortola proseguirà sulla via del rientro. Ad attenderlo al campo base dovrebbe esserci un elicottero per il trasporto fino ad Islamabad: il comitato Everest-K2-Cnr, in collaborazione con l’Unità di crisi della Farnesina e con l’ambasciata italiana in Pakistan, sta organizzando il trasferimento.
Fonte: http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=280813
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Ai Musei civici del Castello Sforzesco non esistono audioguide, però le piantine sono anche in giapponese. Il prezzo del biglietto è un affare: con 3 euro si va ovunque. Un’ora prima della chiusura l’entrata è gratis, ma il cartello che lo ricorda è solo in italiano e il pur gentilissimo personale lo sussurra a pochi minuti dallo scattare dell’«happy hour». Si comincia con le sculture tardo antiche e gotico-lombarde. L’incontro con i capolavori è ravvicinato, forse troppo: le opere sono esposte senza protezione al punto che sopra alla lapide tombale di un tapino morto nel XVI secolo, non è raro incontrare un paio di turiste che ticchettano giulive sulla pietra nuda. Tutti però cercano lei, la guest star by Michelangelo, la pietà Rondanini, nascosta dietro ad un bunker di rara bruttezza, che però non ne scalfisce il fascino. Il problema è l’ampiezza dell’offerta che scoraggia anche il più incallito visitatore: solitamente dopo Leonardo, si getta la spugna, arenandosi nella Pinacoteca. Il resto? «Arrivi ai due quadri di Canaletto e imbocchi gli scalini che portano alle merlate», invitano in un refrain che la dice lunga su come il percorso sia dispersivo fra ceramiche, l’ottima e sintetica sezione egizia e una curiosa sezione di arredi dove accanto a vezzosi stipetti antichi campeggiano posate di design.
Fonte: http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=280679
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Airuno (Lecco) – L’anticamera del cielo, quel Cielo che accoglierà presto Eluana, ha un colore giallo pastello.
Gli infermieri, una trentina tra volontari e professionali, camminano in punta di piedi. Entrano nelle camere dispensando la soavità di gesti rapidi ed esperti. Sussurrano le parole di quel conforto che somiglia più all’amicizia e non alla stucchevole pietà, che ha radici nel vuoto. Una famigliola che abbassa gli occhi quando incrocia i miei, e tre giovani, più in là. In disparte. Gli amici degli amici, quelli del bar La Pergola, di Airuno, che stanno lì, con le mani in mano, nella saletta antistante una delle dodici stanze. A snocciolare il rosario delle domande intime che ci si pongono quando la vita, la vita di una persona cui si vuol bene, come al ragazzo che giocava a pallone con loro, diventa all’improvviso solo qualcosa di immobile. Lì, su un letto. In attesa di venir traghettata dall’altra parte. Hospice «il Nespolo»: quello che sarà l’ultimo domicilio di Eluana. Senza più fermate intermedie. Né polemiche. Né corsi e ricorsi.
Il grigio cancello elettrico che si schiude solo al passaggio delle ambulanze. Il portone a volta, di un bel legno vero. Sul citofono quattro opzioni per una stessa scelta che galleggia nell’angoscia: reception, sala infermieri, studio medico, uffici. Ci sono i gerani rossi alle finestre e, tutt’intorno, la leggerezza contagiosa di un silenzio ovattato.
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Roma – Non si può dire che Gian Luigi Rondi, il decano della critica chiamato dal sindaco Alemanno a pilotare la fondazione Cinema per Roma al posto di Goffredo Bettini, abbia perso tempo. Pugno di ferro in guanto di velluto? Giudicate voi. Prima notizia: la Festa del cinema, giunta alla sua terza edizione (22-31 ottobre), cambia nome. D’ora in poi si chiamerà Festival internazionale del film di Roma. Simbolicamente un passaggio cruciale, visto che proprio sul concetto di festa, contrapposto a quello di festival, Veltroni avevano edificato l’identità politico-culturale della kermesse. Basterebbe rileggere ciò che l’allora sindaco scriveva sul catalogo 2007: «Fin dall’inizio abbiamo seguito l’idea di creare non un classico festival per soli critici e addetti ai lavori, ma qualcosa che fosse un atto d’amore nei confronti del cinema». L’atto d’amore resta, ma la Festa va in soffitta.
Dal palco della Sala Sinopoli, sotto la gigantografia rossa con la nuova intestazione, l’87enne Rondi scandisce: «Modificato il nome, ho pensato all’identità della manifestazione. Sapete, il mio amico René Clair teorizzava: è facile fare un film che piace alla critica, facile farne uno che piace al pubblico, ma è difficile ottenere un film che piace sia alla critica sia al pubblico». E dunque? «Schematizzando un po’, faremo un festival che si occuperà molto di spettacolo cinematografico».
Fonte: http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=275514